PARTO A DOMICILIO. Una strada possibile, con le sue regole.

A partire dagli anni ottanta, in Italia si è sviluppata tra le ostetriche un’attenzione nuova verso la possibilità di assistere il parto in casa, mossa anche da una esplicita richiesta da parte delle donne: i due percorsi di fatto sono partiti in parallelo, sostenendosi vicendevolmente. Molte parole e molte energie si sono spese nel tentativo di promuovere questa modalità di nascita, che inizialmente aveva generato non pochi entusiasmi, risultando ad un certo punto convincente persino per chi in precedenza manifestava scetticismo o contrarietà: la partecipazione allo “storico” convegno di Torino sul parto a domicilio fu davvero superiore alle attese, tanto da indurci a cambiare sede, e l’esperienza pareva destinata a sicuro incremento, quantomeno contando sulla possibilità che donne e operatori sanitari la considerassero tra le opzioni di scelta.

Nel corso degli anni, numerosi studi condotti con i necessari criteri di scientificità hanno potuto dimostrare come un parto assistito in casa presenta gli stessi elementi di sicurezza di uno gestito in ospedale, a patto di impiegare rigorosi principi quali la programmazione, la selezione delle donne, l’organizzazione accurata dei passaggi assistenziali secondo protocolli condivisi anche a livello di istituzioni sanitarie e, al pari di questi elementi per importanza, una professionalità ostetrica esperta e competente.

All’origine del nostro interesse verso questo ambito assistenziale, molta enfasi è stata data all’esperienza olandese, ultradecennale e collegata con provvedimenti governativi miranti a sviluppare il sistema oncologico, destinandovi una quota più consistente di fondi parzialmente reperita incoraggiando le nascite in casa e risparmiando sull’assistenza al parto ospedalizzato.

Poca o nulla visibilità invece ha sempre avuto il sistema giuridico entro il quale le colleghe olandesi e non solo si muovono nell’esercizio della professione: uno scostamento dai protocolli di assistenza in questi paesi può significare il ritiro immediato della licenza.

Ad un certo punto, però, partendo dai dati forniti dall’enorme lavoro statistico (The European Perinatal Health Report)  pubblicato nel 2004 sul sito www.europeristat.com/index.shtml, mirante a focalizzare lo stato della salute perinatale in Europa, e costantemente aggiornato, si è rilevato che i dati di mortalità materno-neonatale globali olandesi non godevano (e tutt’oggi è così) di ottima salute.

Sulla base di questi elementi, è partito un corposo studio volto proprio ad analizzarne le cause, per verificare se la nascita in casa comportasse un aumentato rischio di complicanze (www.nhs.uk/news/2009/04April/Pages/HomeBirthSafe.aspx).

La conclusione è stata confortante: “il parto in casa è certamente sicuro come quello in ospedale, a patto di disporre di ostetriche molto ben addestrate e di un efficiente sistema di trasporto presso il più vicino centro di cura, a sua volta ben attrezzato per le emergenze”. Per spiegare risultati complessivamente non brillanti si è puntata quindi l’attenzione su formazione e competenza del personale medico e ostetrico, che parrebbero aver subito una flessione qualitativa. L’analisi pone poi l’accento sulla selezione delle gravidanze, esplicitando i criteri-base con cui effettuarla: “tutte le donne individuate come a basso rischio, con feto singolo, a termine di gestazione (tra 37 e 42 settimane), e che non presentino alcun fattore di rischio medico od ostetrico individuato prima del travaglio, inclusi la presentazione podalica e il pregresso taglio cesareo. Inoltre,  vengono escluse le donne che restano in carico alle cure ostetriche ma che presentano fattori di rischio che includono pregressa emorragia post-parto, rottura prolungata delle membrane o feto con anomalie congenite accertate in gravidanza”.

A livello internazionale questo studio è stato accolto quanto meno con interesse, al punto che il ministero della salute britannico ha ritenuto di potersi spingere a incoraggiare la scelta del parto in casa da parte delle donne, ferme restando le premesse rigorose esposte, e in molti altri paesi si sta riflettendo seriamente sulla questione, supportati anche da considerazioni economiche dal momento che certamente un parto in casa viene a costare assai meno di uno in ospedale.

In Italia qual è la situazione, tre decenni dopo? Analizzando il dato statistico numerico, dagli anni ottanta l’esperienza non è sostanzialmente cresciuta, riguardando ancora attualmente circa lo 0,1% di tutte le nascite (IX rapporto Cedap del Ministero della Salute).

Dunque, un ambito fortemente limitato, “di nicchia”. Se, come si dice, “il tempo è il miglior giudice”, appare evidente che in questo caso non ne esce bene, pertanto varrebbe le pena di chiedersi quali sono gli elementi che ne hanno inibito l’affermazione e la crescita. Questa analisi si rivela tanto più necessaria nel contesto attuale, in cui è forte la spinta verso la riduzione drastica dei punti nascita: l’obiettivo auspicato e deliberato dalla Conferenza Stato-Regioni del 10 Dicembre 2010 ha fissato infatti in almeno 1000 nascite/anno lo standard cui tendere nel triennio, con progressiva razionalizzazione/riduzione dei centri nascita con numero di parti inferiore, e ancora oggi questo obiettivo deve essere raggiunto.

Innegabilmente il primo aspetto della questione, fondamentale per dare impulso all’evoluzione della richiesta da parte delle donne, è il consenso sociale, ancora assai scarso e che ha bisogno di una forte spinta per poter generare attenzione, considerazione e, in definitiva, accettazione in termini di possibilità.

Per risultare convincente l’idea di far nascere un figlio in casa, occorre analizzare dati statistici sulla sua sicurezza, e questi li abbiamo, ma è altrettanto fondamentale che le donne e la società in generale percepiscano con certezza che chi assiste applichi quei criteri di rigore e prevenzione dimostratamente efficaci nel garantire il massimo della sicurezza all’evento. La riflessione che dobbiamo fare, nell’interesse primario di mamme e neonati in primis, ma anche in quello di noi ostetriche, coinvolte nella gestione del parto a domicilio, è se siamo consapevoli dell’importanza di assumere un’identità precisa nel momento in cui ci occupiamo di questo settore dell’assistenza, caratterizzata da esperienza reale e consistente di gestione del parto maturata dopo la formazione di base (farsi le ossa in una sala parto per qualche anno!), rigore nella selezione delle donne, aderenza a criteri definiti di programmazione dei passaggi assistenziali, correttezza nella relazione con i centri ospedalieri e gli operatori (ostetriche, medici) che eventualmente potrebbero essere coinvolti in caso di necessità.

Nell’assistenza al parto in casa, in questi anni sono mancati talvolta alcuni presupposti essenziali, non senza conseguenze, e di questo dobbiamo serenamente e umilmente prendere atto, facendo un esame di coscienza collettivo non solo utile, ma indispensabile per provare a proseguire il cammino su altre basi.

Per le ostetriche, in questo settore diventano vitali il rispetto dei limiti di competenza riconosciuti dalla legge, delle linee-guida, dei protocolli internazionali e locali, oltre che l’adozione di pratiche basate sull’evidenza (EBM) e non sull’opinione personale.

Capita anche che le donne stesse chiedano di forzare questi principi, in nome di un diritto all’autodeterminazione che, se pure legittimo, deve però tenere conto delle esigenze di sicurezza per sè e per il bambino che verrà, e pure del bisogno di autotutela dell’ostetrica, che non è cosa da poco ed è parte integrante del suo agire.

La mancata adozione di comportamenti uniformi, coerenti con le esigenze di sicurezza, corretti sul piano della rispondenza alle evidenze scientifiche non solo è potenzialmente dannoso per le persone assistite, ma allontana il consenso e rende attaccabile sia il professionista che l’esperienza del parto in casa, oltre a compromettere per molto tempo la possibilità di far cambiare opinione a chi osserva con occhio obiettivo o meno i fatti.

Questi principi sono invece riferimenti irrinunciabili per un’assistenza rispettosa dell’integrità e del diritto ad un’esperienza sicura per la madre e il bambino, e per dare slancio effettivo ad una pratica assistenziale che ha bisogno di rigore e organizzazione per conquistare stabilmente spazi sociali.

E la donna, la coppia, il bambino che nasce, il mondo di affetti e legami che vi ruota attorno? Ecco, tutti loro hanno il diritto di incontrare professionisti seri, che dichiarano con convinzione di adeguarsi alle regole previste per una buona e sicura assistenza alla nascita in casa, che esistono e funzionano davvero! (*)

Alla luce delle incombenti e drastiche revisioni della spesa sanitaria e delle timide ma molto frenate aperture verso questa forma di assistenza, provare a recuperare il tempo e l’esperienza lasciati indietro potrebbe rappresentare davvero una bella sfida per tutti...

 

Franca Fronte, Ostetrica libera professionista 
www.intornoallanascita.com

 

(*) - http://www.ostetrichetorinoasti.it/documentazione/parto_domicilio.pdf

 

Ritratto di Redazione

Posted by Redazione

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